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Dimitris Kontodimos

Not to Touch the Earth, Not to See the Sun

Cinghia da carico pesante, Sedia di plastica

Dimensioni variabili

Isola di Othoni, 2026

Nel 1968, Jim Morrison prese in prestito due frasi dall'indice del libro Il ramo d'oro di James George Frazer. Le frasi provenivano dal capitolo LX, intitolato "Between Heaven and Earth": il primo sottocapitolo si intitolava Not to Touch the Earth, il secondo Not to See the Sun. Nel contesto originale di Frazer, si trattava di antichi tabù imposti a re, sacerdoti e altre figure sacre, il cui potere era considerato così assoluto e così instabile che ogni contatto con il mondo ordinario doveva essere evitato. Non potevano camminare sulla terra. Non potevano guardare il sole. Sospesi tra cielo e terra, esistevano in uno stato permanente di soglia, senza appartenere pienamente né a questo mondo né all'altro.

In quest'opera, tre oggetti apparentemente slegati tra loro, nel punto più occidentale della Grecia, formano un'unica immagine irriducibile di qualcosa che vuole partire e non può. La sedia è rivolta verso ovest ed è trattenuta da dietro da una cinghia legata attorno al corpo cilindrico del vecchio mulino a vento. Ciò che vediamo non è una costrizione. È la forma visibile di una tensione che non trova risoluzione. Il desiderio di partire e l'impossibilità di farlo, tenuti insieme in un unico gesto.

Not to Touch the Earth, Not to See the Sun è una narrazione visiva su uno spazio carico di tensione tra il restare e il partire, una condizione che ha a lungo definito l'identità dell'isola di Othoni.

West/End (For those who made it this far) 

Pannelli di legno, pittura

2,5 m x 2,5 m x 1,25 m I

sola di Othoni, 2026

Othoni un tempo era conosciuta come Othronos (dal greco "ο Θρόνος", che significa "il Trono"). In quest'opera, una piattaforma a quattro gradini viene installata non come seggio di un singolo individuo, ma come luogo collettivo di presenza sul margine occidentale dell'isola. Rivolta verso ovest, l'opera si volge verso un orizzonte che porta con sé un significato tanto geografico quanto simbolico.

La parola greca per "ovest", δύση, deriva dall'antico verbo δύω, che significa "affondare" o "immergersi", riferito in origine al tramonto del sole. Da qui, δύση è arrivata a indicare l'ovest, il punto in cui il sole scompare all'orizzonte. Questo legame conferisce alla parola anche un senso metaforico di fine, poiché al tramonto segue l'oscurità.

Direzione e conclusione convergono nella stessa parola. L'opera abita proprio questa sovrapposizione. Guardare verso ovest, da qui, significa incontrare la fine della terraferma, il margine del paesaggio e i limiti di una particolare idea di appartenenza.

Per generazioni, l'ovest è stato immaginato come una direzione di salvezza. Lasciare l'est, arrivare in un luogo migliore. Attraversare il mare, trovare sicurezza, prosperità e libertà politica. Per chi si trova su un confine, rivolto verso l'orizzonte giusto, l'ovest è stato spesso meno un punto cardinale e più una promessa.

La scultura West/End (For those who made it this far) osserva l'orizzonte non solo come soglia geografica, ma anche come soglia ideologica. Da qui, "l'Ovest" non è semplicemente una direzione, ma un immaginario politico, una destinazione che ha plasmato movimenti di popolazione, giustificato confini e sostenuto geografie disuguali della speranza. Invece di celebrare quell'orizzonte, l'opera vi si sofferma, chiedendosi cosa significhi rivolgersi verso, abitare e custodire una promessa che non è mai stata ugualmente disponibile per tutti.

Dimitris Kontodimos (@dim_kontodimos)

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